Le
Riggiole
L’arte
della ceramica nell’Italia meridionale
si diffonde soprattutto grazie all’opera
dei monaci bizantini, che univano all’ideale
religioso la pratica dell’attività
agricola ed artigiana.
A
Montecassino si registra la presenza del
più antico figulo medioevale, Cesarius
figulus, a servizio dell’abbazia benedettina
nell’anno 918.
Si
deve, tuttavia, all’attività
mercantile amalfitana la conoscenza nel
meridione della maiolica araba.
In
età angioina, poi, si intensifica
la diffusione dei pavimenti in ceramica
e, a Napoli, le attive botteghe dei figuli
producono copioso materiale che riflette
la fusione della cultura bizantina con quella
islamica, dovuta alla presenza di artigiani
saraceni di tradizione siculo-musulmana
trasferitisi a Napoli per ordine di Carlo
II d’Angiò.
Nel
corso della seconda metà del 1500
la Napoli spagnola fu centro produttore
ed esportatore nel settore delle piastrelle,
le napoletane riggiole, dall’antico
termine catalano “rajola”; il
termine nasce in relazione alle prime richieste
da parte di Alfonso il Magnanimo che , nel
1446, ordina 200.000 “rajoletes”
in azzurro con lustri dorati al ceramista
valenzano di origine araba Almurcì,
su cui erano dipinti gli stemmi e le imprese
aragonesi.
In
tale periodo in Campania l’impiego
delle riggiole assume il ruolo di mezzo
espressivo di grande effetto e a tutt’oggi
Chiese, palazzi signorili, giardini e terrazze
sono la testimonianza di quei secoli (quattrocento
e cinquecento) che segnarono l’apogeo
della maiolica napoletana.
Nei
secoli XVII e XVIII si ampliano gli elementi
decorativi, arricchendosi di eleganti motivi
floreali e fitomorfi, volute, paesaggi e
scene mitologiche (di cui splendido esempio
è il Chiostro
maiolicato di S. Chiara a Napoli).
Le
fabbriche di Vietri si mostrano, in quegli
anni, in sintonia con il gusto delle forme
decorative impiegate nell’ambiente
napoletano, dove peraltro erano attive le
botteghe di Antonio Giustiniani, che apparteneva
ad una delle antiche dinastie di riggiolari
abitanti in via Marinella.
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