Le processioni sono manifestazioni
cerimoniali che attingono al culto: si ritrovano
in tutte le religioni ed hanno radici antiche
e popolari.
Presso i Greci le più famose erano quelle
delle Panatenee. Nella liturgia cattolica – oggi
come ieri - il rito consiste nella formazione
di lunghi cortei che precedono o seguono un sacro
simbolo (la croce), statue di santi, reliquie,
stendardi. Il canto e la preghiera s’annodano
secondo un ordine stabilito e concorrono suggestivamente
a formare una supplica solenne in onore di Dio
o dei santi e in segno di ringraziamento, d’invocazione
ma, ancora di più, di penitenza e di espiazione,
con forme espressive di vera e propria dichiarazione
drammaturgia. Quest’ultimo aspetto è esaltato
massimamente nelle processioni del Venerdì
santo e della Domenica della Passione.
Nel Sud Italia e particolarmente
in Campania la speciale inclinazione della gente
alla drammatizzazione ed alla teatralizzazione
porta al massimo espressivo l’approfondimento
doloroso dei gradi d’intensità di quel
“memento mori” che è ancora norma sociale
e che, come ultima carta da giocare, ai fondamenti
postulati industriali. Ora che il padroneggiamento
tecnico-scientifico della natura mostra insuccessi
clamorosi, più che mai riaffiorano, nelle
rughe della razionalità moderna (rarefatta
e convenzionale) le sopravvivenze arcaiche.
Parlando ancora soprattutto della
Campania, queste sopravvivenze, pur se svuotate
dei primitivismi più dissonanti e delle
forme più antiche, sono presenti in un
certo senso come archetipi, non immutabili, però,
talchè sembrano entrare, anzi entrano,
molto bene in rapporto con le rappresentazioni
e le istituzioni più recenti. La morte,
avvertita come manifestazione naturale più
che in altre parti del mondo occidentale e, ovviamente
più che nelle altre regioni soprattutto
del Nord Italia, non ha subito finora l’offensiva
della rimozione per cui concede ancora ampi margini
a modelli d’orientamento magico-religioso.
Le processioni con il corollario
scenografico sono un soggetto molto fotogenico
tant’è che negli anni ’60 e ’70 sono entrate
prepotentemente nelle lenti anastigmatiche dei
migliori fotografi italiani fino a creare, in
verità, anche una situazione imbarazzante
per la cultura. Migliaia di foto, infatti, non
sempre dissimili, anzi spesso ossessivamente replicanti,
hanno fissato i momenti più intensi per
significati diretti o simbolici e più ricchi
di forza estetica senza però lasciare quella
traccia organica che è propria di una ricerca
sociologica fatta con rigore e necessità.
Fonte - “Le processioni del Venerdì
Santo a Sorrento” di Antonino Fiorentino