A Sorrento il primo appuntamento
della Settimana Santa è all’alba, in quel
chiarore livido che dirada la nebbia dei sogni.
E sembra davvero un’immagine rarefatta quella
lunga fila bianca dei confratelli cinturati di
S. Monica, che dal sagrato antico dell’Annunziata
al barocco rifatto del Carmine, alla maestosità
di S. Antonino, al minuetto di S. Maria delle
Grazie, si snoda nelle strade ancora deserte,
dove tutto assume contorni irreali.
Ecco la nuda croce sormontata dal panno della
pietà, sorretta dal candore degli incappucciati
che sono altrettanti fantasmi umani, ecco gli
incubi della passione e le fiaccole morenti alla
luce incerta del giorno che avanza, il chiaroscuro
del coro dei cantori del Miserere nel contrasto
degli scapolari neri e dei salmi intonati a più
voci.
Un’onda di pianto che si rifrange nei flutti dei
volti, nelle pieghe indolenti dei sai, nel concerto
solenne dei simboli, nell’allegoria di angeli-bambini
con corolle innocenti di gigli e fiori bianchi,
in quell’altalena sospinta di passi che ricalca
l’ansia della Madre alla ricerca del Figlio, nella
sua effige dolente che ha la dignità scolpita
di una statua.
E sulle tracce di una tradizione medioevale, questo
corteo rinnegato di laudi ripercorre la via dolorosa
dei Sepolcri, dove ogni sosta nelle chiese è
un pegno di penitenza, un invito alla preghiera.
Si rinnova così l’antico omaggio alla tomba
di Cristo, che i laici benemeriti delle Confraternite
sorrentine, quelle di S. Monica, di S. Catello,
del Rosario, fin dal 1300 compivano “assaccati
e coi lumi accesi” la sera del Giovedì
Santo, riunendosi poi a consacrare con la focaccia
benedetta il rito terreno dell’ultima cena.
Soltanto in epoca successiva e relativamente recente
questa sfilata bianca dei confratelli di S. Monica
ritarda fin quasi all’alba la propria uscita e
ancora oggi costituisce il suggestivo preludio
alla processione nera del Cristo morto, che dalla
fine del ‘500 si svolge dopo il vespro del Venerdì
Santo.
A tramandarne la consuetudine, con un rigore quasi
trappista, è la venerabile Arciconfraternita
della Morte, nella quale sono confluite le nobili
Congregazioni di S. Catello e dei Servi di Maria.
Oltre ad ereditarne l’impronta lugubre del nome,
rievocato fin nel “gran lamento e pianto che fa
il populo Sorrentino e di Massa per esser presi,
saccheggiati e morti dalla armata Turchesca” alli
13 del mese di luglio dell’anno 1558, questi confratelli
laici adottano anche i simboli austeri della Confraternita
maggiore di Roma, che riassume nell’Ordine dei
Gesuiti e nel Tribunale dell’Inquisizione la sua
massima espressione.
Notevoli gli influssi spagnoleschi in questa partecipazione
corale di esperienze sofferte, negli accenti diversi
sui frammenti di una tradizione raccontata a più
voci, ma anche nel significato espiatorio dei
paramenti sacri e nella cupa liturgia, che si
manifestano tuttora con la tonalità espressiva
di un affresco di Goya. L’impressione che se ne
ricava è davvero sconvolgente, di una teatralità
intensa per lo scenario da incubo immerso nel
buio e nel silenzio, costellati soltanto dai fuochi
fatui delle fiaccole di cera sparse sui balconi
e dalle note sommesse del concerto funebre di
Beethoven, che sopravanzano come un annunzio il
lungo corteo della passione: quella macchia nera
dipinta dal peccato più esecrando della
storia.
Coraggio, guardiamo. Quattro incappucciati, mostruosamente
umani nella maschera viva degli occhi, scandiscono
la parabola evangelica dell’itinerario, spargendo
ombre inquisitorie dai loro lampioni accesi sul
teschio macabro dello stendardo, che è
l’emblema dell’Arciconfraternita. Uno “struscio”
evocato dall’abisso del rimorso: i neri fantasmi
delle lanterne si confondono ora al candore delle
tonache infantili, che sorreggono piccole croci
nude. E poi il corno della tromba, che ad ogni
crocevia si strugge in un fiato di pietà
per annunciare l’evento: non più sorella
morte, ma la Signora Morte in trono dinanzi al
rogo dell’Inquisizione.
Le fiamme della catarsi nell’emozione dei millenni.
Gesù, fate luce! Ancora lampioni, queste
dolenti torce dalle sembianze umane, che a turno
rischiarano i simboli atroci del martirio, disposti
in ordine sparso da cinque confratelli cerimonieri:
dal gallo al catino, alla fune, al ceppo, al flagello,
alla corona, ai chiodi, al martello, ai dadi,
alla scala, in un calvario di cantilene sommerse,
dissolvenze infinite sulla maledizione di un’ingiuria.
È una turba animata di allusioni che ha
la cadenza composta di un lutto senza lacrime,
senza disperazioni, tranne il brivido di sofferenza
del Miserere, che si eleva ad intervalli sulle
quattro tonalità del salmo di Davide, e
che preannunzia l’imminenza del Cristo morto.
Ed eccola l’immagine sfinita della passione, in
questa grande scultura lignea di autore anonimo
del ‘500, che ha l’afflato della Pietà
di Michelangelo, e che precede i segni primitivi
della croce, in bilico tra la lancia e la spugna,
su cui incombe ora l’implorazione popolare del
Miserere. E poi il clero, con l’intero Capitolo
della Cattedrale, che scorta l’immagine settecentesca
dell’Addolorata. Infine, tra lampioni e turiboli,
la duplice fila dei confratelli laici della Morte,
che si distinguono per il privilegio dello scapolare
abbassato e del medaglione dal teschio argentato.
Il lungo rosario di penitenti, questa corona sgranata
di non meno di quattrocento comparse prescelte
fra i cittadini, s’infila ora sotto l’arco dell’antica
stradina della Pietà, che è l’inizio
più suggestivo della “via crucis” notturna
di Sorrento. Un sospiro di secoli fra spettri
di portali illustri e tabernacoli votivi, giaculatorie
e indulgenze plenarie, casate insigni negli stemmi
dei Donnorso, dei Brancia, dei Sersale, dei Falangola,
dei Correale. E poi una ridda di memorie che sbucano
all’improvviso, fin nel cuore antico di S. Cesareo,
in quel lungo decumano di glorie e dannazioni.
Adesso è una danza lugubre di note, un
cantico a ritroso il singhiozzo del Miserere che
si spegne in un Amen. E ripercorsa interamente
la tradizione nel suo cupo pellegrinaggio, l’omelia
solenne del Cristo morto si scioglie nell’incenso
dell’angusto portico seicentesco dei Servi di
Maria, attiguo alla Cattedrale, dove l’Arciconfraternita
ha il più bel tempio barocco della città,
elevato al piano nobile come la preziosità
esclusiva di una cappella gentilizia.
Anche questo è il senso oscuro dei riti
sacri di Pasqua a Sorrento. Una duplice processione
che alterna il rimorso alla penitenza, finanche
nel linguaggio laico. Dalla notte al giorno: come
i falò delle fiaccole che interrompono
il buio delle coscienze, come i colori bianchi
e neri dei sai che inseguono la speranza di una
riscatto, come il trionfo dell’alba che spezza
alfine le catene di un incubo. In un vago sentore
di perdono.
E così sia: per sempre.
Fonte - “Le processioni del Venerdì
Santo a Sorrento” di Antonino Fiorentino
Immagini - I Neri, Surrentum