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Pasqua a Sorrento - Processioni        |


 

Le Processioni del Venerdì Santo a Sorrento

Le Processioni del Venerdì Santo a Sorrento
Itinerari delle Processioni in Penisola Sorrentina
Origini delle Processioni
Rappresentazione Storica della Passione e Morte di Nostro Signore Gesù Cristo
I Riti Sacri di Pasqua a Sorrento
I "Misteri" delle Confraternite
Gli Incappucciati
La Via della Croce

In chi assiste per la prima volta alle processioni del Venerdì Santo che si svolgono a Sorrento, sorge spontanea una domanda: perché, ancora oggi, tanti giovani fanno a gara per partecipare ad un rito quasi medioevale, sottoponendosi a lunghe e snervanti ore di attesa, e che senso ha il lento e solenne snodarsi di anonimi incappucciati appartenenti a tempi così diversi dal nostro per le strade di una cittadina che, durante tutto l’anno, offre ai suoi numerosi visitatori l’immagine tipicamente allegra e spensierata delle località turistiche e che invece, a primavera, inaspettatamente, attende con trepidazione il Triduo Pasquale per rivivere coralmente il dramma del Calvario? La risposta è semplice: siamo di fronte ad una manifestazione di sincera fede e di profondo attaccamento alle proprie radici religiose.
La processione infatti ha sempre rappresentato per i credenti il rito dell’umano peregrinare sulla terra: essa è immagine della Chiesa pellegrina e segno visibile della sua realtà passata, presente e futura. Durante la processione i fedeli, uniti nel cammino, nella preghiera e nel canto, sono coinvolti e si sentono anche più uniti ed affratellati negli stessi problemi del vivere quotidiano.
Le processioni nella vita della Chiesa, si svolgono con cadenza ciclica e ripetitiva, perché tutto ruota intorno al grande mistero della Pasqua del Signore, evento centrale della liturgia che da millenni annuncia a tutti gli uomini la Buona Novella.
Certo durante i secoli, con l’evolversi dei tempi, molte tradizioni sono andate affievolendosi o mutandosi, mentre altre sono completamente scomparse, cambiando radicalmente il comportamento e il modo di vivere dei cristiani che, spesso, hanno cercato di liberarsi da anacronistiche ipoteche storiche tradizionali; altre si sono invece maggiormente radicate, grazie anche al rinnovamento liturgico attuato dalla Chiesa negli ultimi decenni, come ad esempio il Triduo Pasquale che, specialmente in penisola sorrentina, ha visto una più viva ed attiva partecipazione comunitaria che raggiunge una singolare intensità nelle Processioni del Venerdì Santo.
Queste manifestazioni di autentica fede popolare che rievocano il Cammino della Croce affondano le loro radici nel lontano 1300, quando le Confraternite laicali, allora numerosissime, la sera del Giovedì Santo, per vivere più intensamente la Pasqua, uscivano precedute da una spoglia Croce, in processione, a visitare i “sepolcri” che si allestivano nelle varie chiese e monasteri della città, aperti, per l’occasione, tutta la notte.
Al termine della perenigrazione, i confrati si riunivano nelle proprie chiese, ove il Priore esercitava il “Mandato”, cioè lavava i piedi ai suoi confratelli come fece Cristo nell’Ultima Cena, regalando poi a tutti gli intervenuti una focaccia benedetta (casatiello) che veniva consumata dalle famiglie riunite durante il pranzo pasquale (questo rito ancora oggi vive presso la Confraternita del Servi di Maria).
Soltanto in epoca successiva, forse verso la fine del 1600, la Confraternita di Santa Monica ritardò l’uscita dei suoi cinturati incappucciati fino all’alba del Venerdì Santo e, sull’esempio di altre confraternite, i confratelli recavano nelle mani i “Martìri”, cioè gli strumenti della Passione di Cristo.
Oggi, assistere a questa suggestiva manifestazione di autentica fede popolare, scevra da ogni fanatismo, che si snoda per le strade ancora deserte di Sorrento, suscita in tutti una grande emozione. La lunga sequenza di anonimi incappucciati, il candore delle loro vesti tra le vie strette ed anguste fanno assumere ad ogni cosa un contorno irreale. Centinaia di fantasmi umani avanzano silenziosamente al suono solenne e triste delle marce funebri a cui si unisce in lontananza il canto straziante del Miserere, con i simboli della passione portati tra le fiaccole morenti e l’incerta luce del nuovo giorno che avanza.
Il loro entrare ed uscire dalle chiese, con le preghiere di rito, dà credito alla fantasia popolare che vuole Maria, magistralmente raffigurata nella policroma statua, affranta dalla notizia della cattura del figlio e alla sua disperata ricerca. Non avendolo trovato, Maria se ne torna sconsolata a casa, accompagnata, questa volta, non dalle note tristi delle marce funebri, ma dal suono struggente e confortante dell’Ave Maria di Schubert.
Si può affermare che la processione bianca del mattino sia il suggestivo preludio di quella nera che si svolge dopo il vespro, ma, questa volta, il colore sia degli incappucciati sia del vestito della Madonna è nero, che rappresenta per il popolo il doloroso ritrovamento da parte di Maria dell’adorato figlio morto.
Questo è il poetico e ingenuo significato che da sempre i sorrentini danno alle loro processioni, le quali tuttavia hanno alle spalle una lunga storia. Sappiamo infatti che la confraternita dei nobili ed ecclesiastici di San Catello, sorta a Sorrento verso la fine del 1300, per meglio vivere le virtù caritatevoli, chiese nel 1586 l’aggregazione all’Arciconfraternita romana della “Morte ed Orazione”. Sull’esempio di questa, “i confratelli assaccati di nero e con i lumi in mano”, cominciarono ad uscire processionalmente non più il Giovedì ma il Venerdì Santo, recando per i vari monasteri della città il simulacro del Cristo Morto al canto del Miserere. Nei monasteri un sacerdote teneva al popolo discorsi sulla Passione del Signore.
Fu solo verso la metà del 1600 che cominciarono a comparire i “Misteri”, cioè gli strumenti occorsi durante la Passione: il bacile e la brocca con l’asciugatoio con cui Pilato vilmente si lavò le mani, la borsa con il prezzo infame del tradimento, il coltello di Pietro con l’orecchio staccato a Malco, il gallo che con il suo canto ricordò a Pietro la sua triplice negazione, la colonna con le funi con cui il Re della Pace venne legato nell’atrio del pretorio romano. E ancora: gli scudisci con cui la soldataglia si accanì a flagellarlo, la corona di spine, la purpurea tunica e la canna con cui venne deriso ed acclamato Re, il bianco lino della Veronica con l’impronta del Suo Volto, e poi il mantello, i chiodi e le tenaglie occorsi per la crocifissione, l’iscrizione della sua condanna, la lunga canna con in cima la spugna servita per abbeverarlo con l’aceto, la lancia che gli squarciò il cuore, i dadi con cui tirarono a sorte le sue vesti e le scale usate per staccarlo dalla croce, ed infine la grande e spoglia croce da cui pende il bianco sudario.
Questo nuovo genere di processione venne importato dalla Spagna e fu propagandato nel regno napoletano, per volere dei Vicerè, dai Padri Gesuiti. In seguito, verso il 1700, alla processione nera cominciarono ad intervenire anche i frati francescani, il clero ed il capitolo della Cattedrale. Fu durante questi anni che i confratelli della Morte cominciarono a portare in processione anche il simulacro della Madonna Addolorata tutta vestita di nero che, nella sua scultorea fissità, con il bianco fazzoletto stretto fra le mani giunte e la spada che le trafigge il petto, incarna il muto dolore di una madre a cui è stato barbaramente ucciso l’unico figlio.
Intorno a questa processione la fantasia popolare ha fatto fiorire alcune leggende, specie intorno alla stupenda scultura lignea del Cristo Morto, opera di autore ignoto, che raccoglie l’immensa venerazione dei sorrentini. Una di queste leggende vuole che un nobile cavaliere, ingiustamente accusato di lesa maestà e rifugiatosi nella chiesa di San Catello per chiedere asilo, scolpì tale simulacro in segno di riconoscenza verso quei nobili che lo avevano accolto e per voto fatto, affinché fosse riconosciuta la sua innocenza; cosa che avvenne miracolosamente al compimento della sua opera. Un’altra versione vuole invece che i nobili di San Catello, entusiasti di tale simulacro, vero capolavoro, ed invidiosi che altri potessero averne uno simile, fecero barbaramente accecare il povero anonimo scultore. Comunque per l’assoluta mancanza di documenti, sia sull’artefice che sul committente, resta tuttora un grande mistero. Di sicuro chi scolpì la statua del Cristo Morto doveva essere un abile scultore e, probabilmente, aveva avuto modo di vedere la Pietà di Michelangelo.
Lo scenario delle processioni sorrentine del Venerdì Santo è quasi irreale per il buio, per il profondo silenzio, per le rossastre fiaccole di cera poste sui davanzali e per il canto sofferto del Miserere che invoca per il popolo il perdono delle colpe. Quest’invocazione di misericordia, che si disperde nella notte che avanza, è presagio, nella luce della fede, della imminente gloria della Resurrezione del Cristo.
Ecco perché, al termine delle processioni, i partecipanti, stanchi ma felici, si scambiano auguri fraterni, nella speranza di ritrovarsi l’anno seguente per vivere e far rivivere l’incantesimo della “loro” Processione del Venerdì Santo.
Risultano sufficientemente evidenti i nessi esistenti tra le manifestazioni di costume – conservate, attraverso il tempo, nelle celebrazioni della Settimana Santa – e lo spirito di comunità che rappresenta il cemento fondamentale di ogni società.
Ciò lo si intuisce anche attraverso il dialogo muto delle immagini relative alle due diverse Congreghe, protagoniste di queste processioni, che avvengono nella settimana più importante, in assoluto, dell’intero anno liturgico e che, quindi, assumono un particolare significato anche dal punto di vista socio-culturale oltre che folkloristico: quella dei Neri – un tempo assai più selettiva, memore dei suoi antichi ascendenti nobiliari – e quella dei Bianchi – più democraticamente aperta ai vari strati sociali, anche se con una legittima discrezionalità – che rappresentano, come microcosmo, la più ampia società sorrentina.
È ormai accertato che, nelle feste popolari – soprattutto se hanno uno specifico significato come, appunto, quelle della Settimana Santa – più che in tutte le altre occasioni, le credenze e le superstizioni antiche, insieme con i loro riti e le loro cerimonie, possono rivivere, fornendo, contemporaneamente, una sorta di reinterpretazione storicizzata della stessa realtà.
Ciò significa il continuo verificarsi – anche inconsciamente – di un evento miracoloso, talvolta nemmeno esplicitamente evidenziato, secondo il quale la tradizione, pur sopravvivendo ai tempi, tende a sfumare nella realtà presente, cercando di adeguarsi ad essa.

Fonte - “Le processioni del Venerdì Santo a Sorrento” di Antonino Fiorentino

 

 

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